E’ stato pubblicato in questi giorni il Documento di Lavoro dei Servizi
della Commissione Europea con il Rapporto sulla Crescita in Ricerca e Sviluppo
per l’Italia nel 2015. Questo rapporto viene prodotto annualmente con l’obiettivo
di analizzare e monitorare lo stato di crescita economica dei diversi paesi
dell’Unione, il Rapporto di quest’anno si focalizza sulla situazione relativa
al periodo 2013-2014.
Dal rapporto emerge che l’intensità delle attività di ricerca e sviluppo
nel nostro Paese, sia pubblica sia privata, è al di sotto della media europea,
anche se alcuni passi per favorire gli investimenti in questo settore sono
stati compiuti.
In particolare è significativo il dato relativo all’intensità di ricerca e sviluppo delle imprese italiane, che nel 2013 era pari allo 0,67% contro una media europea dell'1,29%.
Una delle principali criticità riguarda la scarsa collaborazione tra
pubblico e privato. Il Rapporto sottolinea a questo proposito che la
cooperazione tra i due settori è per lo più sporadica e legata a specifiche
iniziative, ma soffre la mancanza di reti e strutture formali consolidate.
Questo fenomeno spiega il dato relativo alle pubblicazioni scientifiche
congiunte che – con una quantità pari a 33,4 pubblicazioni per 1 milione di
persone in Italia – si attestano nettamente al di sotto della media europea,
pari a 52,8.
Più in generale, l’attività di ricerca e sviluppo pubblica finanziata
dal settore privato rappresenta solo lo 0,014% del Prodotto Interno Lordo
(PIL), a fronte dello 0,051% della media europea.
La quota di finanziamento pubblico destinata all’investimento in ricerca
e sviluppo è scesa nel periodo considerato rispetto a quello precedente.
Nel 2014 tuttavia – sottolinea il Rapporto– sono state lanciate una
serie di iniziative per promuovere il rilancio del settore, tra cui misure
volte a favorire l’accesso al credito da parte delle aziende e strumenti
finanziari innovativi.
Il persistere di bassi
livelli di crescita della produttività continua a perpetuare gli squilibri
macroeconomici dell'Italia, ossia il livello molto elevato del debito pubblico
e la debolezza della competitività esterna. Dopo una prolungata contrazione la
crescita dovrebbe tornare su valori positivi nel 2015, pur rimanendo ben al di
sotto della media UE, e il rapporto debito pubblico/PIL dovrebbe aumentare
ulteriormente.
Il livello molto elevato del
debito pubblico continua infatti a pesare considerevolmente sull'economia
italiana e a rappresentare una delle maggiori fonti di vulnerabilità,
specialmente in un contesto di prolungata debolezza della crescita.
La competitività dell'Italia
non ha ancora registrato miglioramenti: la debole crescita della produttività
continua a spingere al rialzo il costo del lavoro per unità di prodotto, mentre
i fattori non di costo restano sfavorevoli.
Inoltre il protrarsi della
crisi ha messo in luce i rischi insiti nello stretto rapporto del settore
bancario italiano con le imprese nazionali e l'emittente sovrano e gli
investimenti sono stati duramente colpiti aggravando il deterioramento a lungo
termine della loro qualità.
Date le sue dimensioni,
l'economia italiana è una fonte potenzialmente importante di ricadute su altri
Stati membri, mentre la sua ripresa dipende da condizioni esterne favorevoli. Le carenze della pubblica
amministrazione e del sistema giudiziario compromettono però la qualità del contesto
imprenditoriale riducendo la capacità di attuare efficacemente le riforme.
Inoltre la mancanza di
concorrenza sui mercati del prodotto, le carenze infrastrutturali e i bassi
livelli di spesa per ricerca e sviluppo, in particolare da parte delle imprese,
ostacolano la crescita della produttivit e la partecipazione al mercato del
lavoro rimane bassa e le politiche attive del mercato del lavoro sono deboli.
Il rapporto evidenzia
inoltre come il sistema dell'istruzione italiano continui a soffrire di
problemi mai risolti e come il sistema fiscale ostacoli l'efficienza economica accentuando
le disparità sociali e regionali
Nel complesso l'Italia sembra
aver compiuto qualche progresso nel dar seguito alle raccomandazioni del 2014
ma sembra ancora lunga la strada per raggiungere gli obiettivi prefissati.

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